DISGRAZIA IN GIARDINO

“Mio padre ha il vizio tragico di non portare mai con sé il cellulare”.

Al telefono, raccontavo al mio amico Carlo quanto accaduto la settimana scorsa.

“Ai voglia a dirgli: «papà non dimenticarti il cellulare!». Lui esce di casa e lo lascia sul mobile d’ingresso o sul comodino, in camera da letto”.

“Anche mio padre, talvolta, lo dimentica” ha provato a consolarmi Carlo.

“Ma mio padre è veramente un incosciente” spiegavo. “Va nel giardino a fare i lavori; talvolta si attarda e mia madre non può chiamarlo!”.

“Davvero imprudente” ha detto Carlo.

“Tuttavia, col caldo che c’era, mio padre non si recava in giardino da una settimana. Il sole era troppo forte: non era assolutamente il caso!”.

“Giusto. Gli anziani si devono riguardare” ha approvato Carlo “quindi?”

“Tuttavia, un mese fa mio padre ha piantato su un’intera piazzola solo insalata. Ci ha impiegato una mattinata: una faticaccia. Ricordo che questa impresa venne salutata con grande entusiasmo dai miei. Ma l’insalata è un ortaggio fragile, va costantemente innaffiata altrimenti si secca! Allora, giovedì scorso, mio padre preoccupato per le sorti della piantagione è uscito di casa alle otto del mattino”

«Vado a curare l’insalata» ha detto a mia madre.

«Non dimenticarti il cellulare!» gli ha urlato lei.

Ma mio padre, come al solito, non stava ad ascoltarla: forse era già in ascensore.

“Cioè lo ha dimenticato a casa?” mi ha chiesto Carlo.

“Esattamente. Ma mia madre non se n’è accorta, finché, intorno alle 11, ha provato a chiamarlo. Il cellulare di mio padre, però, squillava in camera da letto. Allora mia madre ha chiamato me che in quel momento ero in cantiere”.

«Hai visto tuo padre?» mi ha chiesto.

«No. Sono uscito alle 9.30 dallo studio, ma lui non c’era».

«Magari ora è tornato» ha risposto mia madre illudendosi fiduciosa.

«Prova a chiamare sul fisso» le ho suggerito «Vedrai che sarà là».

“Così mia madre ha provato a chiamare a studio”.

“E tuo padre era là?” ha domandato Carlo.

“Non lo potevamo sapere! Mio padre lascia spesso il ricevitore sollevato per potersi meglio concentrare sul lavoro. Qualche volta lo dimentica pure così, se ne accorge dopo molto tempo”.

“E Allora?” mi ha incalzato Carlo.

“Tempo cinque minuti e mia madre mi ha richiamato allarmata”.

«Il telefono dello studio fa tuu tuu tuu tuu: è fuori posto». Si stava chiaramente innervosendo.

Ho guardato il cellulare: erano le 11.30 e la temperatura era salita a 35 gradi.

«Magari papà è dentro e sta lavorando tranquillamente» ho cercato di rassicurarla.

«E se non c’è?». Ora pure dentro me montava l’ansia.

“Dammi un quarto d’ora, vado a controllare”.

“Se non ricordo male, Giovedi è stato il giorno più caldo della settimana!” ha detto Carlo che seguiva attento l’evolversi dei fatti.

“Già. Ci furono picchi di 39 gradi! Dunque, dal cantiere sono corso fino allo studio. E più correvo più mi agitavo. Ciò nonostante speravo di trovare mio padre serenamente alla scrivania. Sono arrivato e spalancando la porta ho preso a chiamarlo”.

«Papà! Papà!». Anche se lo studio è piccolo, gridavo perché mio padre non è che sente perfettamente. Ma non ho ottenuto risposta.

“Il telefono era effettivamente sollevato ma mio padre non c’era! Non ho fatto in tempo a rendermene conto che mia madre mi ha richiamato”.

«Allora? E’ là?”

«No!» ho risposto «qui non c’è!».

«Possibile che non sia ancora tornato dal giardino?! Bisogna andare subito a controllare. Deve essere successo certamente qualcosa!» ormai era agitatissima.

«Stai tranquilla» le ho detto «ora vado».

“Allora sono corso verso il giardino che per fortuna si trovo proprio alle spalle dello studio. Il sole picchiava forte. Sono arrivato al cancello stremato: ero consapevole che un minuto in più o in meno poteva essere determinante”.

Sentivo Carlo che deglutiva mentre mi ascoltava.

“Appena entrato ho iniziato ad urlare a gran voce: «Papà! Papà! ».

“E lui?”.

“Niente, nessun risposta. Sono sceso fino all’ultima piazzola dove il sole picchia più forte. Pensavo che quella serie di coincidenze non presagivano niente di buono. Nella mia mente comparivano già gli spettri della tragedia, per questo ripassavo i numeri del pronto intervento, della croce rossa e anche quello dei vigili del fuoco”.

“I vigili del fuoco?”.

“Si. Mio padre poteva essere svenuto e precipitato di sotto nel piccolo boschetto o caduto nella vasca di irrigazione. Un contadino aveva avuto un incidente simile qualche anno fa. Per recuperarlo intervennero dei sub”.

“Oddio”. Ora sentivo che anche Carlo era preoccupato.

“Ho girato tutto il giardino senza smettere di urlare. Il caldo era asfissiante. Sentivo il cuore pulsarmi impazzito nelle tempie. Oramai avevo la netta sensazione che da un momento all’altro lo avrei trovato esanime al suolo. Intanto il mio cellulare ha ripreso a squillare senza sosta: era sempre mia madre. Non sapevo cosa fare: rispondere e dirle che mio padre non rispondeva e non riuscivo a trovarlo o ignorare la chiamata e metterla al corrente solo successivamente dell’accaduto. Ho immaginato che mia madre si potesse sentire male, avere un collasso. Per giunta era sola a casa. A quel punto avrei dovuto chiamare due ambulanze. «Meglio temporeggiare», ho deciso in quel momento”.

Le campane hanno suonato lo scoccare del mezzogiorno: il sole era nel suo punto più alto.

“Finché, nei pressi dell’ultima piazzola, ho rinvenuto delle orme nel terreno fresco. Ho riconosciuto l’impronta delle scarpe da lavoro di mio padre. Le ho seguite terrorizzato”.

Mentre parlavo mi accorgevo che Carlo tratteneva il respiro. Pronto per il finale drammatico della vicenda.

Ho sorpassato di slancio la piazzola di insalata: i ciuffi già cresciuti apparivano completamente bruciati dalla siccità, l’intero raccolto era completamente perduto”.

“Finché sono arrivato in cima, mio padre era in fondo alla piazzola, chino, quasi disteso, in una posizione innaturale con la faccia a pochi centimetri dal terreno. «Papà!» gli ho urlato, ma lui niente. Mi sono avvicinato ancora «Papaaà!» ho urlato fortissimo ad un metro da lui. Solo allora mio padre si è voltato lentamente”.

«Che è successo?» mi ha chiesto placidamente.

“Stava là. Concentrato, ad inserire, in solchi vangati di fresco, nuovi semi di insalata. Era certamente un lavoro lungo e impegnativo, che però stava svolgendo all’ombra delle frasche di un provvidenziale, quanto folto, albero di prugne.

«La rimetto, mica possiamo stare senza insalata!» mi ha detto.

Ho sentito chiaramente Carlo, dall’altra parte del ricevitore, riprendere fiato.

Ho richiamato mia madre e le ho detto dell’epilogo della vicenda.

Lei ha ascoltato tutta la storia, stranamente senza interrompermi.

Infine mi ha chiesto: «Ma l’insalata è andata tutta persa?».

«Tutta!».

«Che disgrazia!» ha esclamato, disperata.

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