RICCARDO E L’AMORE, PRIMA DELL’AMORE

portaL’unica cosa che mi ricordo con precisione di Riccardo è che aveva le mani grandi. Cioè, non grandi in senso assoluto, ma certamente più grandi della norma per un tredicenne. Oppure semplicemente più grandi delle mie che ho sempre avuto mani molto piccole.

Riccardo aveva le mani grandi perché era un portiere. E quell’estate fu acquistato dalla squadra del “Lido Florida” per il torneo di calcetto che si teneva in Agosto. Era l’estate di trent’anni fa, quella del 1988.

In realtà quando dico “acquistare” vuol dire che lo avevano preso in quella squadra, ma allora si diceva così; quando si formavano le squadre per il torneo si usavano verbi come se si trattasse della serie A. Si diceva “abbiamo preso quello” oppure “ci siamo comprati quell’altro”. Dunque Riccardo era stato preso da quelli del “Lido Florida”.

Abbiamo tutti delle persone che ricordiamo come in un sogno, dei quali abbiamo una memoria appena percepibile, persone che hanno attraversato il campo della nostra vita velocemente, ma che non abbiamo più dimenticato. Individui che pure se rincontrassimo oggi non riusciremmo mai a riconoscere perché oramai sono troppo diversi da come li abbiamo conosciuti. Un genere di fantasmi della memoria. Riccardo è il mio.

In verità di lui non mi ricordo solo le mani. Anche gli occhi, nerissimi, le braccia e le gambe sottili, la pancia piatta e il sorriso. Perché Riccardo sorrideva sempre. E poi mi ricordo che era alto, magro ed alto, proprio come doveva essere, nella mia fantasia, un portiere.

Poi mi ricordo che veniva da un paese del Lazio, per questo per il nostro torneo era considerato uno “straniero”. “Quelli del Lido Florida in porta hanno preso uno straniero” si diceva in quei giorni prima che iniziassero le partite.

Lo si sentiva dire in spiaggia, o parlando intorno alla fontana del lungomare, tra i capannelli degli adolescenti che trattavano una partita di calcetto come una questione di vitale importanza.

Io e Riccardo ci conoscemmo per caso, in spiaggia. Era già Agosto. Il pomeriggio, al tramonto, io ed i miei amici restavamo in spiaggia, facevamo dei tiri usando il muro del lungomare come porta. Mi ricordo che era faticoso giocare sulla sabbia in salita, ma noi non ci stancavamo mai. Finché un giorno si presenta un tipo, che non avevamo mai visto.

Se vi manca il portiere posso giocare io”, ci disse.

A noi mancava sempre il portiere. In genere facevamo a turno.

Riccardo si mise in porta e cominciò a saltare da un palo all’altro (che poi il palo era una falanga per le barche messa per dritto o uno zaino). Aveva i tendini dei polpacci sottili, bianchi ed elastici e poi ovviamente quelle mani grandi che trattenevano ogni tiro, anche il più violento.

Fargli goal era difficile e per questo più bello. Quando segnavo lo prendevo in giro. Cominciammo a vederci in spiaggia ogni sera, senza darci appuntamento, quando il sole andava a nascondersi ed era l’ora che bisognava rimettersi la maglietta.

Giocammo insieme per molte sere, sempre con quello stesso spirito. Ma più passava il tempo più provavo una strana gioia a vedere Riccardo neutralizzarmi ogni tiro, anche quando tentavo con un’acrobazia a sorprenderlo, con la coda dell’occhio non smettevo di seguire la corsa del pallone per vedere se Riccardo era capace di arrivarci.

Io colpivo la palla in rovesciata, Riccardo si tuffava e respingeva. Io riprovavo in tuffo, di testa, Riccardo bloccava sicuro e mi sorrideva.

Finché accadde qualcosa di strano: non volevo più fargli goal. Preferivo vederlo sorridere. Tiravo il pallone in modo che lui potesse tuffarsi ed arrivarci in perfetto stile. Trattenerlo con le sua mani grandi che forse potevano, magari sapevano, fare mille altre cose.

Se nella mia squadra non avessimo già avuto un portiere, io avrei insistito per “acquistare” Riccardo. Invece noi un portiere ce l’avevamo già e poi io, tredicenne, ero anche il più piccolo del gruppo, la mia opinione non avrebbe avuto nessun peso.

Mi avrebbero risposto: “ma chi lo conosce questo Riccardo ?”, “è sicuramente scarso”, “vedrai quanti goal prenderà al torneo”.

Quando iniziò il torneo smettemmo di giocare in spiaggia. La sera eravamo tutti intorno al campo a guardare le partite. Quando sorteggiarono i gironi fui come sollevato nello scoprire che eravamo finiti in due gruppi differenti. Almeno per adesso non avremmo giocato contro.

Come era capace di andare da un mucchietto di sabbia all’altro, così Riccardo mostrò a tutti che era capace di farlo anche sul campo in erba finta. Guardando ogni sua partita, aggrappato alla recinzione sentivo la gente che chiedeva: “ma chi è quel ragazzino magro in porta ?”, “a chi è figlio ?”, anzi chiedevano: “a chi appartiene ?”. E allora c’era chi provava a spiegare le sue parentele, da dove venisse, dove avesse preso casa. Io ascoltavo, le orecchie attente mentre con gli occhi non perdevo di vista la gara e Riccardo che difendeva la sua porta, incoraggiava i compagni, si puliva le ginocchia, Riccardo che gioiva, che si disperava dopo una rete incassata, Riccardo e le sua mani grandi, Riccardo ed il suo sorriso.

E intanto nella memoria annotavo dove aveva preso casa, a chi era nipote o cugino, come si chiamasse per intero. Già. Come si chiamava Riccardo ? Almeno il cognome oggi sarebbe servito per cercarlo da qualche parte, in un archivio qualsiasi, che non sia solo quello dei ricordi.

Una sera, Agosto era quasi terminato, vidi Riccardo al tavolo della pizzeria festeggiare con la sua squadra, non avevano vinto il torneo e non l’avevamo vinto neanche noi. Invidiai quella compagnia, avrei voluto tradire tutta la mia e sedermi tra di loro, ma non per essere uno di loro ma per essere amico di Riccardo.

Un amico certificato, di quelli che si scambiano il numero di telefono di casa e l’indirizzo e poi ogni tanto ti senti. Di quelli che fai la fotografia insieme e poi la conservi nel cassetto della scrivania, per sempre. Ma io non ero uno di quelli.

Mi accorsi, ma forse me ne accorsi molti anni dopo, che era una specie di affetto quello che provavo per lui, ma non era esattamente affetto, probabilmente era qualcosa di più organizzato, strutturato bene in un campo, quello dei sentimenti, che a tredici anni non è ancora perfettamente chiaro. Era amore senza essere amore. Un amore scritto in corsivo piccolo. Un amore prima dell’amore.

Quando il torneo di calcetto finiva, significava che era terminata anche l’estate.

Riccardo scomparve, l’anno dopo neanche tornò, la squadra dei “Bagni Florida” non si formò mai più. Gli amici di Riccardo formarono una nuova squadra, trovarono un altro portiere.

Ma nessuno, né il loro, né il portiere di nessun’altra squadra ebbe mai gli occhi nerissimi ed il sorriso di Riccardo, i tendini sottili dei suoi polpacci bianchi.

E le sue mani grandi.

 

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