QUELL’ESTATE A QUATTROVENTI (1)

lipariPotrei raccontare molte bugie sul come scelsi di trascorrere le mie vacanze, quell’estate, sull’isola di Quattroventi. Ma la realtà è sempre meno romantica della fantasia. Ero rimasto solo e i posti, nei luoghi che ero curioso di visitare, erano già tutti pieni. Per questo, quando su un sito di viaggi last minute, mi imbattei in quell’offerta per trascorrere l’intero mese di Luglio laggiù, cliccai sul tasto “prenota” senza pensarci troppo.

Un’altra verità è che io ho sempre amato le isole. Luoghi dove si passa svelti ma poi si ritorna per restare. Dove i grovigli della vita vengono sempre al pettine e ci si àncora più saldamente a ciò in cui crediamo. Inoltre considero le isole più vicine a quello che siamo: territori solitari tra un mare di inutili dettagli. Lo pensavo allora e lo penso ancora  adesso, vent’anni dopo.

Quattroventi a quel tempo era una terra lontana da tutto e difficilmente raggiungibile. Dal porto del capoluogo partivano solo due traghetti al giorno che facevano scalo sull’isola più grande di Ellesmera, da qui, alle cinque del pomeriggio partiva un altro battello, più piccolo, per Quattroventi, ma solo se il mare era piatto come un prato e non c’erano correnti. Altrimenti bisognava aspettare il giorno dopo.

L’isola è quasi completamente piatta, da ogni punto si possono sentir soffiare tutti i venti, per questo si chiama così. La leggenda narra che un uomo in piedi possa vederne un altro posizionato in qualsiasi altro punto dell’isola e probabilmente con un binocolo sarebbe stato possibile se nel frattempo non fossero state costruite le case. La donna che mi aveva fittato la sua si chiamava Carla, io la chiamai immediatamente signora Carla, anzi Signoracarla, una parola sola. Aveva circa l’età di mia madre e i capelli nero inchiostro. La pelle rossastra come arsa dal sole e le labbra sporgenti. Le mani ruvide non sembravano quelle di una donna.

La Signoracarla era rimasta vedova dieci anni prima, suo marito era morto in un incidente in mare. Una nave mercantile fuori rotta aveva centrato la sua barca al largo del faro di capo Ostro. Da quel giorno la Signoracarla viveva con l’indennizzo della compagnia di navigazione del mercantile, ma i soldi stavano finendo e ne servivano parecchi per far studiare sua figlia Sonia che frequentava medicina in città. Quella che io presi in affitto era, effettivamente, la camera di sua figlia.

«Mia figlia tornerà solo ad Agosto», mi disse la Signoracarla spingendo la porta di ingresso.

«Quindi puoi restare tutto il mese di Luglio». Ed intanto mi mostrava il bagno, l’armadio con le lenzuola e gli asciugamani.

«La televisione non c’è. Qui a Quattroventi nessuno ha la televisione, il segnale non arriva e non si vede nessun canale. Poi il sindaco ha vietato l’uso delle parabole satellitari perché sono orribili e rovinano il paesaggio».

Non fu la considerazione che le parabole rovinassero il paesaggio a sorprendermi, ma che quell’isola avesse un sindaco.

«Ah, non so se ci hai fatto già caso» disse ancora la Signoracarla, «ma qui a Quattroventi i telefoni cellulari non prendono. Siamo troppo lontani dal ripetitore e il sindaco ritiene inopportuno che si metta un’antenna».

«Immagino perché rovini il paesaggio», anticipai la Signoracarla.

«Esattamente. Comunque se vuoi telefonare c’è un fisso nel bar in piazza» disse la Signoracarla sorridendo, poi guardò l’orologio e, salutandomi, si allontanò.

Da quel momento avrei dovuto trascorrere un mese intero sull’isola di Quattroventi. Aprì la mia piccola valigia per controllare cosa avessi portato con me, a parte gli effetti personali ci trovai due libri da leggere ed il portatile che, in assenza di internet, potevo usare solo per scrivere.

«Potrei riprendere a scrivere il mio romanzo», pensai.

Trascorsi il primo giorno a guardare il mare dalla finestra e a leggere i due libri che avevo con me. Terminati i viveri che la Signoracarla aveva lasciato in frigo, il pomeriggio del terzo giorno, decisi di uscire. Al supermercato feci una grossa spesa. Potevo acquistare anche dei quotidiani che però erano sempre del giorno prima, se andava bene, altrimenti del giorno prima ancora.

Così appresi che Trump aveva dichiarato guerra alla Corea del Nord, ma il dittatore coreano non aveva accettato ed ora decine di portaerei a stelle e strisce erano ferme nel pacifico ad aspettare che accadesse qualcosa. Scoprì anche che Higuain era stato riacquistato dal Napoli per 180 milioni di euro ed era tornato in città accolto come un eroe. C’era stato anche un altro attentato terribile, ma era accaduto in un posto dove i morti erano poco importanti, quindi non se ne parlava molto.

Al supermercato conobbi Samuel, un australiano che si era trasferito a Quattroventi cinque anni prima, aveva trent’anni e il sorriso di un surfista. Invece era un falegname, costruiva barche che poi vendeva ai pescatori. Mi chiese se volevo dargli una mano a terminare una piccola imbarcazione appena iniziata. Accettai.

Il quarto giorno conobbi Matilde che aveva l’unico ristorante di tutta l’isola. Cucinava sempre spaghetti con il sugo di pesce e frittura di crostacei. La sua passione era il tonno, ma erano anni che non se ne pescavano più nei mari di Quattroventi.

«Una volta qui intorno era pieno di tonni» mi disse. «Poi, improvvisamente, sono spariti».

Si chiamava “ristorante Scirone” che significa “Maestrale” in greco. Quel giorno Matilde cucinò delle formidabili linguine al nero di seppia. Lei apprezzò così tanto i miei complimenti che mi propose di imparare da lei come si cucinavano, a patto che la aiutassi a sgusciare i gamberi.

Dopo una settimana mi recai in municipio per conoscere il sindaco, ero molto curioso. L’edificio era deserto, l’unico impiegato che incontrai mi disse che il sindaco non c’era quel giorno e che, se proprio volevo, potevo ripassare il giorno dopo oppure quello dopo ancora. Mi disse anche che non c’era un giorno durante il quale il sindaco riceveva perché «nessuno lo cercava mai». Altre volte che ritornai in municipio, non trovai più neppure quell’impiegato.

Qualche volta andavo anche al piccolo molo a vedere l’arrivo del battello. Da Ellesmera occorrevano quasi tre ore di navigazione. L’imbarcazione arrivava intorno alle 20 della sera, proprio durante il tramonto, trasportando pochissime persone. Alcuni erano abitanti di Quattroventi, altri, si riconoscevano dal bagaglio, erano turisti. Dopo qualche giorno che ci andavo, riuscì a conoscere Pantaleone, il proprietario del battello, fu una sera che il mare si muoveva più del solito e lui stava attraccando alla banchina.

«Cosa fai là impalato ? » mi urlò in precario equilibrio dal bordo della sua barca. «Dammi una mano. Legala alla bitta !».

E mi lanciò una cima che, con qualche difficoltà, riuscì a prendere al volo.

Feci un nodo tanto brutto quanto instabile. La barca dondolò ancora qualche secondo poi si fermò, Pantaleone saltò sulla banchina e lo rifece, migliore e più saldo.

«Qui non c’è mai nessuno ad aiutarmi e quando il mare si agita è complicato fare tutto da solo. Dovrei imparare a lanciare la cima come i cow boy» disse. E rise.

Desiderai di comparire sulla banchina tutte le sere di mare mosso per prendere al volo la cima di Pantaleone e annodarla alla bitta.

Una sera di deciso maestrale che Pantaleone non venne, quattro escursionisti non poterono lasciare Quattroventi, allora la Signoracarla li suddivise in due coppie, poi andò a bussare a casa di due suoi amici e li fece ospitare. Quella donna era dappertutto e non si perdeva mai di coraggio. Mi incuriosiva. Chissà chi era.

(1. continua)

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