MICA TUTTI DEVONO STUDIARE!

World News - March 17, 2018Il mio amico Jonathan fa un lavoro piuttosto singolare: distribuisce i volantini dei supermercati.

Non lavora solo per i supermercati, anche per grandi catene di elettrodomestici, ferramenta, discount di alimentari, eccetera.

Ma i suoi preferiti sono quelli dei supermercati. E’ curioso di conoscere tutte le offerte.

Si tratta di un lavoro impegnativo perché in città i supermercati e i negozi di elettronica si sono moltiplicati. Jonathan si è guadagnato un’ottima reputazione, è famoso: tutti lo ritengono il migliore nel suo campo.

Io e il mio amico Jonathan abbiamo frequentato il liceo insieme. Lui aveva una grande passione per la scrittura e mi aiutava nei compiti di italiano ed io gli passavo quelli di matematica.

In quegli anni il padre voleva che lui diventasse avvocato.

Glielo ripeteva spesso anche in mia presenza.

“Jonathan da grande farà l’avvocato” annunciava fiero.

Ma Jonathan di fare l’avvocato non ci ha pensato neanche un secondo nella sua vita. Lo so.

La sua giornata inizia molto presto: raccoglie i volantini freschi di stampa. Alcuni passa a ritirarli nei punti vendita, altri direttamente in tipografia.

Li sistema con cura nel cestello della sua bici. Quando ha terminato, elabora un piano di distribuzione che gli consenta di fare il minor numero di chilometri. Raramente si ferma per una pausa pranzo. Dice che se mangia poi gli viene sonno, così intorno a mezzogiorno, in tuta e scarpette, è già in giro a fare le consegne.

Jonathan non ha grandi responsabilità, l’importante è che depositi tutti i volantini nelle cassette della posta prestabilite. In genere la sua giornata lavorativa si conclude intorno alle cinque, quando torna a casa. Nessuno lo controlla veramente, potrebbe anche gettarne un bel po’ in un cestino dei rifiuti e finire prima, ma non lo farebbe mai: Jonathan fa il suo lavoro molto seriamente.

“Se tutti facessero il proprio lavoro con giudizio” sostiene “le cose andrebbero meglio per tutti”.

Il mio amico Jonathan vive in periferia, in un monolocale silenzioso, glielo ha donato il nonno prima di morire. Vive solo se si esclude il pesce rosso che ha chiamato Carver, come il suo scrittore preferito.

La madre sperava, invece, diventasse un ingegnere. O un architetto. Era indecisa.

L’ingegnere perché avrebbe guadagnato molti soldi, sosteneva.

L’architetto semplicemente perché le piaceva l’idea di avere un figlio architetto. Le piaceva dire: “sarebbe bello che tu un giorno fossi un architetto, Jonathan, potresti costruire tante belle cose e sistemare un po’ l’aspetto di questa brutta città”.

Che Jonathan potesse diventare un ingegnere era impossibile. Era piuttosto negato per la matematica. Ma forse l’idea di diventare un architetto deve essergli piaciuta durante l’estate della nostra maturità.

Quel Luglio trascorremmo tre giorni a Capri a casa di amici che ci portarono a visitare villa Malaparte. La osservammo dal basso, per molto tempo, in piedi da un gozzo. Ricordo che Jonathan ne rimase affascinato. Quando tornammo a casa ci informammo sulla facoltà di architettura. Quanti esami ci fossero e quanto fossero complicati.

Sembrava convinto almeno quanto me; mi sorprese quando all’esame di ammissione non si presentò.

Non ci frequentiamo più ma incrocio Jonathan ogni tanto. Quando ci incontriamo parliamo sempre qualche minuto.

“Al Conad c’è una svendita di birre”, mi saluta così.

“Ti ricordi che tuo padre ti voleva avvocato?” gli chiedo.

“Perlamordelcielo!”.

“Non ti ci vedo proprio avvocato”.

“Io non mi ci vedo neanche in giacca e cravatta”.

“Già! Non ti ci vedo a litigare”.

“La gente dovrebbe far la pace, non le cause” mi dice.

“E tua madre che voleva che tu diventassi ingegnere…”.

“Non ce l’avrei mai fatta”.

“Magari si”.

“Mica tutti devono studiare!”.

Jonathan poggia la sua bici contro un palo della luce e controlla lo schermo dello smartphone. Deve correre a ritirare dei volantini al centro commerciale. C’è una nuova fantastica offerta su un modello di I-Phone. La promozione inizia già domani.

“Devo scappare” mi dice.

“Però potevi provare con l’architettura. Sistemare questa città”.

“Ci sono già troppi architetti in giro e la città è sempre più brutta”.

I nostri colloqui sono sempre brevi. Poche frasi, essenziali, scagliate come pietre nello stagno della nostra distanza.

“Ma tu un sogno ce l’hai?” gli chiedo.

“Che sogno?”.

“Qualcosa che sogni di fare”.

“Sogno di essere al capo di una squadra, assumere dei ragazzi che mi aiutino a distribuire più volantini in meno tempo”. Mi dice, ma non so se fa sul serio.

“Ma va!” gli dico.

“E tu che sogno hai?”.

Mi sorprende ancora Jonathan. Si allontana mentre penso alla risposta.

La prossima volta che lo incontro gliela dico: “sogno di essere uno di quei ragazzi”.

 

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Festa al supermercato. (Ferdinando)

Troppe mele! (Roberto)

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La Q-fobia (Beatrice)

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