LA Q-FOBIA

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Molti di voi non crederanno al disturbo che affligge la mia amica Beatrice.

Si tratta di una patologia che non ha ancora un nome e che non compare neanche nelle migliori enciclopedie mediche, eppure lei ne è affetta: Beatrice ha paura della lettera “Q”. Per amore di sintesi potremmo chiamare questo disturbo “cufobia”, come lo chiama lei. Sostituendo, per prudenza, “cu” a “q”.

La patologia si manifesta, come la maggior parte delle comuni fobie, attraverso crisi di panico, ansia e palpitazioni; quando Beatrice viene in contatto con la lettera “Q” sia che la ascolti, sia che la legga, accusa questi sintomi; non ne parliamo poi se è costretta a pronunciarla o scriverla.

Sono certo che a questo punto molti di voi penseranno che si tratta di uno scherzo, che non esiste nessuna patologia di questo tipo, che non si può avere paura di una lettera. Allora io vi rispondo che non occorre meravigliarsi, la gente ha paura delle cose più insolite: dei polli, dei gatti, dei clown, del formaggio, del colore giallo, dei calvi e persino degli specchi. C’è gente che, ad esempio, ha paura del numero tredici. Non deve stupire, dunque, che la mia amica Beatrice abbia il terrore della “Q”.

Certamente, conoscendo Beatrice, la cosa non vi farebbe molto sorridere. Specie a scuola la sua vita è stata un inferno. Tra quaderni, quesiti, quiz, quozienti, quadrati e quadrimestri. Complicate lezioni di italiano sugli aggettivi e gli avverbi: questo, quello, quando, quanto, qualunque e quant’altro, che la costringevano a lunghe fughe nei bagni. Fuori dalla scuola le cose non erano certo più agevoli: Beatrice dovette abbandonare la piscina per colpa dell’acqua che è pur sempre un liquido, rinunciare al teatro per non imbattersi nelle quinte, evitare i quadri delle mostre di pittura (che spesso erano acquerelli) e il parco dove si sarebbe imbattuta in querce e sequoie. Chiudersi in casa a Pasqua ma anche in tempo di quaresima, scappare dagli ossequi e dagli eloqui, dai qualunquisti e dalle querele, dalle chiese per le questue, le reliquie e i requiem, dai referendum per il quorum e dai matrimoni al lancio del bouquet.

Non fu neanche fortunata: al concorso per primo clarinetto al teatro del Mondo arrivò prima ex-equo ma, per un qui pro quo, la giuria le preferì un’inquieta cinquantenne cugina di un questore, lei perse la qualifica rimanendo nel suo status-quo senza il becco di un quattrino. Finì nel vortice dei tranquillanti, cambiò quartiere e si innamorò di un quarter-back che la sequestrò per quattro mesi.

Per cercare di guarire, qualche anno fa, Beatrice ha deciso di fare delle sedute con un analista che le ha suggerito una terapia d’urto. O meglio, l’ha indicata a sua madre che viveva con lei.

Non fu semplice: sua madre le metteva in disordine la stanza, per dirle quanto fosse a soqquadro. Comprò decine di fumetti di Qui Quo Qua che disseminava ovunque. Sugli spartiti le aggiunse quantità industriali di beqquadri. D’improvviso faceva risuonare in casa il disco del “Il ballo del Qua qua”.

Beatrice affrontò le cure con coraggio ma la terapia non funzionò. All’ennesima ripetizione del disco svenne mentre Romina Power cantava il secondo ritornello.

Io stesso le consigliai di lasciar perdere quelle cure.

Cerca di non pensarci”.

“Non è così facile” rispose.

“ Non possiamo pretendere che ci sia una cura per tutto” le dissi.

L’analista era certo che guarissi”. Era sfiduciata.

Pensa se nessuno avesse più paura di niente, sarebbe il caos !”.

Io stesso ho paura di molte cose, ma ci ho fatto pace, convivendoci come la maggior parte delle persone di questo pianeta, diciamo che le ritengo una sorta di compagne di viaggio. Certo non mi riferisco al colore giallo o ai calvi, ma a cose meno materiali: pensieri, futuro, malattie, robe eteree quindi, proprio come la lettera “Q”.

Comunque non ne sono certo, non vorrei prendermi meriti che non ho, ma credo che anche quelle mie parole indussero Beatrice a fare, infine, delle scelte radicali.

Ora lei vive in Cina. Là non esiste la “Q” o se c’è, certamente non si scrive così.

La settimana scorsa l’ho incontrata, per caso, in stazione. Mi sembrava più serena.

Quando le ho chiesto se fosse guarita, lei mi ha risposto: “quasi”.

 

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