LA VOLIERA

voliera
Il mio amico Mariano è un esperto di uccelli. Un ornitologo. Si tratta di una passione che aveva fin da piccolo.

Insieme abbiamo frequentato le scuole elementari.

Lui era seduto accanto alla finestra e si incantava a guardare i piccioni che beccavano sul marciapiede o i passeri che sgambettavano. In primavera, con l’arrivo delle rondini, rimaneva per ore a guardarne il volo circolare, gli stormi in formazione sui tetti e quelle che si allontanavano dirigendosi in picchiata verso i cornicioni dei palazzi dove avevano fatto il nido. In estate andava sugli scogli a studiare le traiettorie dei gabbiani. In montagna rimaneva ore a fissare il cielo nella speranza di intravedere il volo di un falco pellegrino o di un germano reale.

In quarta elementare il maestro decise di spostare di posto Mariano.

“Stai sempre a guardare fuori !” gli disse.

“Guardo gli uccelli”

“In classe devi guardare la lavagna !”

“Gli uccelli sono più interessanti”.

Così il maestro mise una nota a Mariano e lo spostò al primo banco, lontano dalla finestra.

Mariano era uno strano bambino: non gli piacevano i gatti o i cani. Gli piacevano solo gli uccelli.

Il padre di Mariano aveva una piccola officina nell’interrato di un vecchio edificio sulla statale. Desiderava che il figlio imparasse i rudimenti della matematica e della scrittura e diventasse perito meccanico per aiutarlo ad aggiustare motori ed equilibrare semiassi. Ma Mariano non ci pensava proprio a finire in quell’officina senza finestre, tra la puzza di benzina e le macchie di grasso.

Lui voleva studiare solo gli uccelli.

Si iscrisse al liceo. Un istituto al centro di un cortile con le dune artificiali ed i vialetti fioriti.

Quando il mio amico Mariano fu al secondo anno, il preside fece installare al centro del cortile una piccola voliera esagonale in ferro battuto; Mariano trascorreva ore a guardare gli uccelli al suo interno. Non gli sembrava vero di poterli osservare così facilmente, si affezionò talmente tanto che diede un nome ad ognuno di loro e ci parlava per ore.

Sono passati vent’anni ma mio figlio, che frequenta quel liceo, mi ha detto che un pappagallo esotico vive ancora là da quel giorno. Il pappagallo si chiama Recoba, il nome glielo diede Mariano: era il suo calciatore preferito.

Qualche tempo fa il mio amico Mariano è apparso in televisione in un programma dedicato alla crisi delle nascite spiegando il fenomeno della migrazione delle cicogne. Secondo il mio amico Mariano le cicogne starebbero per sospendere le loro migrazioni per protestare contro questo fastidioso cliché.

In sovraimpressione, accanto al suo nome, apparve la scritta “Etologo degli uccelli”. Non avevo mai sentito la parola “etologo”.

Ultimamente Mariano è convinto di poter capire il linguaggio dei pennuti.

“Gli uccelli non hanno più paura di noi !”, mi disse un giorno mentre eravamo al parco.

“Non si scansano più al nostro passaggio ! I gabbiani planano nei cassonetti dei rifiuti al centro delle città incuranti degli uomini e del traffico !”

Ascoltavo il mio amico Mariano con curiosità.

“Vieni” mi disse, “mettiamoci qui”.

Ci spostammo verso un aiuola e Mariano iniziò a sbriciolare un panino all’olio. In pochi secondi si formò intorno a noi una schiera di piccioni. Mariano rimase a guardarli per qualche secondo poi iniziò a muovere i piedi cercando di scalciarli.

“Provaci anche tu” mi disse.

I piccioni sembravano non accorgersi nemmeno di noi.

“Sciò, sciò” urlava Mariano.

“Sciò” ripetevo io.

Ma i piccioni non volavano via, né tanto meno si scansavano. Continuavano a beccare le briciole come se nulla fosse.

Ho la sensazione che con questa storia che gli uccelli si stiano per ribellare agli umani, il mio amico Mariano, stia esagerando.

Ho provato anche a dirglielo: “credo che l’umanità debba preoccuparsi di ben altre minacce”.

“Se avessi studiato non diresti così” rispose.

Un pomeriggio lo vidi dritto immobile, alla base di un platano, osservare due tortore su un ramo.

Mi fece cenno di avvicinarmi, portandosi l’indice sul naso.

“Li senti ?” mi chiese.

“Chi ?”

“Le tortore”

Le sentivo tubare.

“Ascolta… Hai capito ?”

“No”.

“Ascolta bene !”

Finsi di ascoltare bene, sentivo solo il tipico “tuuu tuuu”.

“Parlano di noi”

“Di noi ?” gli ho detto indicandoci.

“Non di me e te. Di noi umani. Dicono che ci sconfiggeranno. Non avremo scampo. Sono stufi !”

“Ma stufi di che ?”

“Dei cacciatori, delle gabbie e di essere trattati in questo modo”.

I due uccelli smisero qualche secondo di tubare. Mariano mi strinse il braccio.

“Hanno ragione !” mi disse ancora, “Tu da che parte stai ? Io sono dalla loro parte”.

“Anche io”, risposi liberando il braccio dalla presa e allontanandomi lentamente.

Qualche giorno fa, ho ricevuto una chiamata da un numero che non avevo in rubrica.

“Sono Mariano”, mi ha detto.

“Mariano ?”

“Sei dalla nostra parte allora ?”

“Certo, si”

“Allora devi venire subito. C’è da fare un piano, ho bisogno di aiuto”.

“Ora ? Non posso”

“Sicuro ?”

“Veramente dai, non possiamo fare un’altra volta ?”

“No. Farò da solo”.

Non diedi peso a quella telefonata, oramai mi ero abituato alle sue stranezze.

E’ un po’ che non vedo Mariano; stamattina mio figlio mi ha detto che a scuola qualcuno, nottetempo, ha aperto la voliera e fatto volare gli uccelli.

Solo Recoba è rimasto al suo posto, è troppo vecchio per volare, non si è mosso da là.

Per terra hanno trovato un biglietto, recava un monito: “questo è solo l’inizio”.

Prima che finissimo di fare colazione ho ricevuto un messaggio da Mariano.

“Stai tranquillo” c’era scritto “Gli ho detto che sei dei nostri”.

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