FANTOZZI, LA PANCHINA E NOI

fantozziIeri mi è comparso davanti agli occhi, chiaro, un flashback.

E’ una scena di molti anni fa. E’ sera. Ci siamo io, mio fratello, mio cugino Igino, Gianni, Bartolo ed Ernesto, poi forse c’è anche qualcun altro ma non è molto importante. Siamo tutti maschi e siamo seduti su una panchina di fronte alla chiesa, solo uno è in piedi: è mio fratello. Sta leggendo, anzi, ci sta leggendo un piccolo libro dalla copertina gialla.

Il libro si chiama “Fantozzi”, sono le avventure di uno sfortunato ragioniere.

L’estate è quella del 1987, posso dirlo quasi con sicurezza perché quell’anno ci furono i primi campionati del mondo di atletica (a Roma) e noi ci sfidavamo a chi correva più veloce sul sagrato della chiesa. Quando eravamo stufi di correre, andavamo a sederci sulla panchina ed Ernesto tirava fuori quel piccolo libro, copia omaggio allegata ad un settimanale che aveva comprato la mamma, credo “Grazia” o “Oggi”.

Lasciavamo che leggesse mio fratello perché meglio di tutti sapeva interpretare il racconto: assumeva il tono grave o scanzonato. Rallentava quando ce n’era il bisogno e calcava bene gli accenti su quegli aggettivi che imparavamo in quel momento e che ci facevano molto ridere, come “mostruoso”, “agghiacciante” o “megagalattico”.

Di quel libro conoscevamo pure il film. La televisione privata lo aveva già mandato in onda, e qualcuno lo aveva anche videoregistrato, però non avevamo ancora imparato, come facemmo negli anni successivi, tutte le battute a memoria. Per questo il libro ci sembrava un racconto sempre nuovo.

Ci divertivamo così, non avevamo niente. Solo molto tempo a disposizione.

Io avevo 12 anni ed ero il più piccolo del gruppo, non avevo ancora mai letto un libro in vita mia. Per questo posso dire che “Fantozzi” fu il primo che lessi, anche se in realtà non lo stavo leggendo io. E non avrei neanche potuto perché alla fine della lettura, Ernesto si riportava a casa il libro, perché era suo. Quando le storie finirono Ernesto non portò più con sé il libro, qualche volta che andavo a casa sua controllavo che stesse sulla libreria, che lo custodisse lui, così magari potevamo sempre leggerne ancora un po’, se volevamo.

In quell’estate del 1987 Fantozzi divenne il nostro primo eroe comune. Prima dei cantanti, dei giocatori di calcio, di un attore o di Dylan Dog. Fantozzi divenne il nostro scudo, come un rifugio protetto: il posto ideale dove dirigersi quando sconfitti volevamo continuare a ridere. E a prendere la rincorsa per riprovare.

Qualche settimana fa su una bancarella in centro ho trovato quel libro. Non nel formato allegato al settimanale ma in edizione originale, edito da Rizzoli, nel 1971, ha una sovracoperta in carta lucida con un giovane Paolo Villaggio che sale su un pedalò vestito in camicia celeste e cravatta arancio a pallini blu. E’ in buone condizioni, sulla prima pagina c’è una dedica “A Dedo” (chissà chi è), per la befana del 1973. Il prezzo di copertina è 2000 lire. Io l’ho preso insieme ad altri due libri tutto a cinque euro, quindi pagandolo 1 euro e 66 centesimi. Praticamente a niente.

Appena l’ho portato a casa, ho pulito con uno straccio umido la copertina e l’ho inserito tra gli altri libri di Paolo Villaggio nella mia libreria. Ieri ho deciso di leggere i primi due capitoli. E mentre li leggevo, improvvisamente, ho rivisto davanti agli occhi la scena di me e dei miei amici, seduti sulla panchina dinanzi alla chiesa, nelle sere d’estate di trent’anni fa.

E poi li ho cercati nel pensiero. Laddove e quando ci siamo persi di vista. A ciò che sono, anzi siamo diventati oggi tutti. Quante volte ci siamo sentiti dei Fantozzi o lo siamo stati. Le rivincite che ci siamo presi, le volte che abbiamo finalmente vinto qualcosa nella vita o nello sport. I campionati del mondo di calcio che abbiamo perso (come diceva lui), avventure finite male o neanche iniziate. Le donne che abbiamo incontrato, per le quali ci siamo resi ridicoli, la gioia e la sofferenza tutta mischiata insieme. L’aver imparato a ridere di noi, a non prenderci mai completamente sul serio, come un salvavita indispensabile. Quel senso del tragicomico che la nostra generazione, l’ultima non tecnologica e dunque costretta ad arrangiarsi con la fantasia, porterà per sempre dentro.

Oggi che non c’è più Paolo Villaggio, gli amici sono sparsi in giro e, da parecchio tempo, hanno tolto pure la panchina dove stavamo, io mi sento un po’ più indifeso.

Senza riparo.

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