Dove è finito il piano casa?

pianocasa“Forse la più spiacevole delle sensazioni nel vedere i prodotti dell’industria edilizia, sorti da poco nelle nostre cento città, è quella di una desolante monotonia. La fame di alloggi è tale che non si guarda troppo per il sottile (…) donde l’involgarimento delle nostre città prese d’assalto, senza scrupoli, dalla smania del guadagno intemperante di pochi a scàpito di tutti. Scàpito d’aria, di luce, di igiene, di senso estetico elementare (…)” Queste parole sono apparse in un articolo del Corriere della Sera, ma non qualche giorno fa, magari nell’ambito di una discussione legata a qualche nuova norma urbanistica, bensì il 3 Agosto 1954 in uno scritto del critico d’arte Roberto Papini dal titolo: “Le case di oggi sono fatte come se si fosse tutti uguali”. Papini denunciava la scriteriata ricostruzione dei centri urbani devastati dal secondo conflitto mondiale, alla quale l’ottima legge urbanistica n°1150 del 1942 non era riuscita a porre un freno anche a causa della lentezza nella sua applicazione. Eppure eravamo in un’Italia ancora profondamente contadina, con ampia disposizione di terreno agricolo e possibilità di pianificazione praticamente illimitate. Quelle parole che allora lanciavano un allarme oggi rappresentano un dramma, una sconfitta senza possibilità di appello. Eppure il giudizio di Papini, dopo 55 anni, resta ancora strettamente attuale. Dopo una lunga gestazione, pure provocata dai guai politici e giudiziari di alcuni dei suoi componenti, il consiglio regionale della Campania è riuscito nell’impresa di elaborare, sulla scorta delle direttive nazionali, 13 striminziti articoli che fissano i limiti e le possibilità per provare a rilanciare l’edilizia anche nella nostra regione. Quello che volgarmente chiamiamo “piano casa” infatti, ufficialmente si chiama niente poco di meno che “Misure urgenti per il rilancio economico, per la riqualificazione del patrimonio esistente, per la prevenzione del rischio sismico e per la semplificazione amministrativa”. Si tratta di obiettivi lodevoli ma nel concreto la normativa parla di altro. Ad esempio che si possano realizzare ampliamenti fino al 20% su abitazioni mono o bifamiliari o addirittura del 35% nel caso di demolizione e ricostruzione. Ci rientrano anche interventi di riqualificazione ambientale per i comuni e di cambio di destinazione d’uso per i privati. Dal punto di vista giuridico, questa norma non toglie e non aggiunge niente alla maniera raffazzonata e pressappochista con la quale la politica tenta di dare, ogni tanto, una scossa al settore dell’edilizia. Anzi conferma quel principio inquietante attraverso il quale se su un binario si muove, lentamente (molto lentamente), la pianificazione territoriale con lo studio e la redazione di piani territoriali e paesistici; dall’altro, di tanto in tanto, si spariglia il tavolo da gioco con qualche norma da applicare in deroga a tutti i vari piani approvati o in itinere. Questo modus operandi, già praticato in passato, che si conferma come il più produttivo a livello pratico ed elettorale, offre uno scenario desolante a quanti pensano di poter disegnare un quadro urbanisticamente organico ad aree lacerate da anni ed anni di abusivismo e crescita incontrollata dell’urbanizzazione. Dal punto di vista architettonico la questione non si pone affatto. D’altronde nessuna legge ha mai prodotto, in virtù delle sue caratteristiche, architettura di buona qualità. Singolare ed affascinante è certamente questo metodo di considerare la costruzione un numero, indipendentemente dalla sua geometria, tipologia e caratteristiche costruttive. Come se il patrimonio edilizio, anche antico, potesse essere ridotto ad una infinita serie di mattoncini Lego ai quali poter aggiungere qualche mattoncino in più o distruggerlo per metterci più pezzi e farlo più grande. Per questo motivo, come è sempre accaduto, la qualità degli interventi sarà affidata alle capacità dei singoli progettisti e da quella di assorbirne le proposte, dei committenti. Quello che è certo è che difficilmente vedremo migliorare l’aspetto delle nostre città grazie al “piano casa”. Accantonando queste considerazioni tutto sommato marginali, l’interrogativo principale che volteggia nell’aria è se questo provvedimento potrà essere applicato nel territorio della costa d’Amalfi. La cattiva notizia (o forse la lieta) si palèsa con la lettura dell’articolo 3 nel quale sono espressamente citati i “casi di esclusione”. Il comma “c” esclude perentoriamente gli immobili inseriti nelle aree sulle quali il decreto legislativo 42/2004 (nuovo codice dei beni culturali) ha imposto un vincolo ambientale generico. In queste aree qualsiasi modificazione esterna, come gli abitanti della costa sanno benissimo, è soggetto al nulla osta della soprintendenza che è emanazione diretta del ministero dei beni culturali. Questo perchè, in pratica, lo stato dopo aver delegato la materia urbanistica alle Regioni (che a sua volta hanno delegato ai Comuni, il tutto tra il 1977 e il 1982), accortosi dello sfascio ambientale che si stava consumando, ha provato una strategica marcia indietro, legiferando nella direzione del recupero dei poteri. La costa d’Amalfi, oggi, è interamente sottoposta a vincolo ambientale, quindi, stando alla più naturale delle interpretazioni del “piano casa”, automaticamente esclusa dalla sua applicazione. Questo dovrebbe porre una pietra tombale su qualsiasi altra considerazione in merito, ma per non farci trovare spiazzati dinanzi ad altre insospettabili aperture si può continuare nell’analisi della norma. Altri casi di esclusione, dunque, riguardano le aree “A” e “B” dei parchi nazionali e regionali, dopo molte discussioni è stata graziata l’area “C”. Anche in questo caso, grande parte del territorio della costa d’Amalfi rientra nelle prime due aree del parco, praticamente nella zona “C” sono compresi solo i centri più densamente abitati dei comuni (dove è molto probabile che non esistano abitazioni mono o bifamiliari). Altro motivo di esclusione sono l’insistenza in aree gialle (pericolosità elevata) o rosse (molto elevata) rispetto al rischio frana. Anche qui grosse porzioni del territorio vengono quindi escluse a prescindere. Inoltre i Comuni entro un termine piuttosto stretto, potevano decidere di escludere altre zone del proprio perimetro a salvaguardia delle stesse. Ovviamente, come accade tutte le volte che viene emanata una norma urbanistica, il giorno dopo la sua pubblicazione sul bollettino ufficiale, sono cominciate le polemiche: la norma, scritta (come di consueto) malissimo si presta infatti a infinite modalità di lettura. In particolare l’articolo 6 sembra aprire spiragli anche ad immobili per i quali è stata richiesta concessione edilizia in sanatoria (quindi ipoteticamente anche per l’ultimo condono edilizio) a patto che si tratti di prima casa. Quest’ultima questione sarà sicuramente materia per legali, avvocati, burocrati e politicanti in cerca di consenso, per i prossimi anni. Non è difficile prevedere infatti che il termine dei 18 mesi imposto per la presentazione delle domande, sarà prorogato diverse volte, nell’attesa che giunga un nuovo piano, condono o colpo di spugna a spazzare l’argomento introducendone uno nuovo. Dal punto di vista strettamente pratico, invece, incoraggiati da qualche politico o giurisprudente di turno e, sicuramente, dalle richieste della popolazione, alcuni comuni della costa d’Amalfi hanno deciso di accogliere le opportunità del “piano casa” (interpretando evidentemente nel modo più elastico l’indicazione dell’art. 3 comma “c” di cui sopra) e hanno perimetrato aree del proprio territorio dove è possibile applicare la legge; in un recente consiglio comunale, ad esempio, lo ha fatto il Comune di Minori (dove si è in attesa della relativa delibera) e anche Ravello sembra essere intenzionato a fare altrettanto. Tutto questo mentre dallo scorso primo Gennaio è andato in vigore il nuovo regolamento di applicazione proprio del Decreto Legislativo 42/2004 che prevede nuove modalità per il rilascio dei titoli abilitativi per gli interventi in territorio vincolato, per i quali il parere del soprintendente diventa vincolante (prima veniva definito semplicemente “obbligatorio”). Dietro la consunta maschera della semplificazione, si nasconde la solita burocratizzazione del sistema. In coerenza con l’obiettivo di recuperare terreno, lo stato sottrae potere ai comuni tornando a vigilare direttamente e con decisione sul vincolo ambientale. Così, mentre appare assai ostico il confronto con il “piano casa”, è assolutamente sicuro che faremo i conti con questo nuovo regolamento del codice dei beni culturali. In sostanza cambierà pochissimo. Chi ne sarà costretto dalle necessità o vorrà speculare, proseguirà nel costruire abusivamente, per gli onesti che vorranno rispettare la legge, bhè per quelli, si sa, in Italia, la vita continuerà ad esser dura.

articolo apparso su “Ecomagazine” – anno X n°4 – Marzo 2010

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