Arte (e architettura) contemporanea in costa d’Amalfi

Qualche tempo fa mi fu chiesto di indicare qualche esempio di architettura contemporanea in costiera amalfitana; mi sembrò subito un compito arduo ma pensando che fosse solo la mia memoria a farmi difetto, rimandai lo sforzo. Ero convinto che sarei riuscito a trovare almeno un paio di buoni prodotti di architettura, anche molto piccoli, ma indicativi di una disciplina che in qualsiasi parte del mondo, anche nei contesti più disagiati, riesce a far maturare i suoi frutti. Dopo qualche giorno mi arresi: ritengo di poter affermare (e mi piacerebbe essere smentito) che la costiera amalfitana negli ultimi trent’anni non ha prodotto niente di particolarmente interessante dal punto di vista architettonico. E se lo ha prodotto, deve essersi mimetizzato molto bene. In un territorio così delicato, soggetto ad una tutela ingabbiante, soffocata dalla burocrazia e da una serie di enti inutili, l’architettura non riesce più a fare breccia in nessun modo, lasciando campo libero ad altre, più spontanee forme di crescita edilizia e conseguenti “espressioni artistiche”. Da una prima analisi, è evidente che sia, prima di tutto, un problema burocratico, che alberga ancora a monte di evidenti incapacità amministrative. La politica, in senso stretto, non c’entra: qualsiasi colore abbia governato, negli ultimi trent’anni, lo ha fatto, in relazione a questa materia, nello stesso, pessimo, modo, e solo la (recente) mancanza di spazio fisico è riuscita a mettere un freno ad una crescita disordinata e senza nessuna qualità del patrimonio edilizio. La costiera amalfitana è ancora legata ad una legge regionale, il piano urbanistico territoriale, completamente anacronistico, nato nel 1987, ma nato già morto in quanto ancorato ad un concetto di tutela del territorio già accantonato allora. Una forma di proibizionismo “tout-court” che in quasi vent’anni di vita ha prodotto più danni che vantaggi, piano non ancora sostituito, anzi appesantito dalle recenti normative di settore. Con la complicità dell’inerzia delle singole amministrazioni, quasi tutte incapaci di armarsi di serie normative (piani regolatori, particolareggiati, piani del colore, regolamenti edilizi) e con il benestare di due condoni e mezzo (poichè quello del 1985 fù appena precedente alla legge regionale) gli abitanti si sono arrangiati come meglio hanno potuto, elevando l’abuso edilizio a prassi, a volte ricorrendo ad invenzioni perfino geniali. Se il controllo del territorio è un problema di rilevanza nazionale, c’è da dire che la Campania ha sempre brillato per incapacità. Quando le competenze urbanistiche e di tutela ambientale furono in parte delegate alle regioni (DPR 616/77), la nostra non perse tempo per sub-delegare i comuni (Legge regionale 10/82) consegnando di fatto a sindaci senza nessuna competenza un peso e un’autorità insostenibile. Questo fino alla promulgazione della nota Legge Galasso (431/1985), arrivata proprio per frenare uno stato di cose paradossale; una legge piena di buoni propositi arrivata tardi, ma meglio tardi che mai. Quelli, però, furono tre anni lunghissimi nei quali la corruzione del potere era praticamente a portata di mano. Alla Legge Galasso sarebbero dovuti seguire i piani regolatori, il legislatore con un ottimismo che non ha pari nella storia della nostra burocrazia, diede un anno di tempo ai comuni per dotarsi di uno strumento urbanistico; in assenza del quale vigeva l’inedificabilità o, in qualche caso, una sorta di “far west”. Si pensi che alcuni comuni della costiera amalfitana ancora aspettano il loro piano regolatore e 20 anni di “far west” non sono pochi. A sostegno dei comuni crebbero i poteri delle soprintendenze, localizzate sul territorio, attente agli eventi locali, custodi della buona architettura, tutto questo almeno nelle intenzioni. Ad oggi, è questo è sotto gli occhi di tutti, il modello delle soprintendenze fa enorme fatica ad inseguire i propri obiettivi. Chiamate, in larga misura, solo a “benedire” manufatti senza nessun valore architettonico, il sistema delle soprintendenze ha mostrato e mostra evidenti limiti strutturali specie nella valutazione delle opere pubbliche e nella valorizzazione del contemporaneo.Proprio a questo proposito (ma i contributi si sprecano) Giovanni Leoni scrive così su l’ultimo editoriale di “d’Architettura”: “in Italia ancora manca, nel processo di produzione dell’architettura, un tavolo serio a cui si discuta e decida della qualità, mancano strumenti che costringano ad un dialogo reale, su basi comuni d’intesa, tutti i soggetti coinvolti nei processi reali di costruzione dell’architettura – amministratori, finanziatori, costruttori, progettisti; ciò deve avvenire, prima che nelle occasioni straordinarie, nel quotidiano e nell’ordinario accadere della architettura, ben più determinante per la qualità dello spazio in cui viviamo. Siano questi strumenti i concorsi, ma istruiti con professionalità e gestiti da giurie che siano tali, siano invece nuovi organismi decisionali affiancati a quelli esistenti e dedicati alla discussione della qualità, sia una revisione del ruolo delle soprintendenze, messe in grado di abbandonare l’attuale ed inutile azione di puro veto passivo per divenire strutture propositive e culturalmente avanzate”. Proprio per questi motivi, laddove si interviene in maniera sostanziale sul territorio, e cioè attualmente soltanto attraverso le opere pubbliche, sarebbe auspicabile una maggiore attenzione. Da noi non un concorso di progettazione, nè tantomeno un concorso di idee, nessuna consulenza qualificata, professionalità ignorate, incarichi attribuiti con la classica logica dell’”ammanigliamento”, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Da noi quando si costruisce una scuola, si realizza una nuova pavimentazione o un nuovo arredo urbano, tutte le volte si aggiungono (nella gran parte dei casi, evitando generalizzazioni) brutture ad un paesaggio che avrebbe soltanto bisogno di sensibilità e coraggio. E tutte le volte si è costretti a constatare di quanto si sia distanti dagli attuali orientamenti circa l’inserimento del moderno nell’antico, quanto si sia lontani da qualsiasi forma di dibattito culturale, quanto si sia schiavi di un formalismo banale e di un volgarissimo kitsch, completamente a digiuno circa qualsiasi forma di cultura del progetto. Si fa tanto per fare, con l’ottusa logica del “sempre meglio di niente”. L’architettura non c’entra niente, insomma. Anche il lungimirante Sant’Elia rimarebbe sgomento; lui, che nel 1914 nel manifesto dell’architettura futurista, scrisse che “ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città”, non avrebbe mai pensato che qui stiamo ancora provando a conservare, o peggio ancora, a costruire quella del passato, della parte peggiore del passato, s’intende. Alla luce di quanto detto, ed è stata, per forza di cose, una premessa piuttosto lunga, mi trovo in difficoltà quando, in questi giorni, mi si chiede di esprimermi sulla recente scultura con annesso basamento, posato su un’aiuola del lungomare di Minori. Faccio sinceramente fatica. Ad un certo punto ho anche pensato che la scultura fosse conclusa avvolta nella sua busta di plastica (è rimasta due mesi in quello stato); ho creduto si trattasse di un’opera del genere concettuale del “Nuovo realismo”, dove il soggetto va solo immaginato e non visto. Minori avrebbe, in questo caso, prodotto un oggetto di vera avanguardia artistica, ma non è stato così: alla fine il marmo è stato scoperto. Io glisserei sulla procedure burocratiche, (determine comunali, nulla osta della soprintendenza ecc…), sinceramente non mi stupisce affatto l’iter della vicenda; piuttosto mastico amaro pensando che nel suo studio di Rio de Janeiro, Oscar Niemeyer, uno dei maestri dell’architettura del secolo scorso, ancora aspetta di sapere quando verrà posata la prima pietra del “suo” auditorium progettato per Ravello; questo mentre ci circondiamo di meravigliose panchine a “pietra di mulino”, orci fioriti o fontane modello casinò di Las Vegas (vedi alla voce “Lungomare di Maiori”). Se siete arrivati fin quì sperando di leggere il mio parere sulla neonata scultura minorese, resterete delusi. Non potrei mai usare aggettivi tipo “bello” o “brutto”, anche perchè non avrebbero nessun significato; nè ho desiderio di infierire sul linguaggio estetico sia dell’oggetto scolpito sia del “leggero” basamento (peraltro neanche previsto nel progetto e comparso misteriosamente con un’innovativa formula “last minute”) che la sostiene. Saranno gli abitanti, attraverso il loro atteggiamento e il loro modo di relazionarsi, a giudicare il nuovo oggetto; agli architetti solo il compito di prenderne atto. P.S.: a proposito di esempi di architettura contemporanea in costiera, vorrei citare (salvare) almeno due casi: la sistemazione del sagrato della Chiesa Madre di Mimmo Paladino a Positano, e i lampioni pubblici di Filippo Alison a Ravello. Lo sforzo di memoria è stato enorme, ma ce l’ho fatta.
(articolo apparso su Ecomagazine)

1 commento

  • ma perchè non te ne vai a vivee in indonesia, li ci sono un sacco di opere “avanguardisctiche” che ti piacciono tanto, nessuno sentirà la mancanza di un asino senza un minimo di cultura e senso senso estetico, sei solo in grado di seguire la massa di caproni che dicono tutti le stesse cose, LeCorbusier genio, Palladino fenomeno.. sono gli altri che non capiscono. Il tuo articolo fa pena, traspira ignoranza in ogni singola riga.

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