ARCHITETTURA CONTRO AGRICOLTURA

agricolturavsarchitetturaIn molti casi si sente dire, anche in pubblico, l’espressione gergale: “braccia rubate all’agricoltura”. Talvolta tale richiamo viene destinato anche ad architetti, in maniera, a dire il vero, non del tutto peregrina.

Secondo una ricerca il 36% degli architetti italiani avrebbero maggiori possibilità di fare carriera e di avere successo se si dedicassero all’esercizio dell’agricoltura.

Gli economisti sostengono che la conversione immediata del 10% degli architetti italiani (dunque quasi 15000) all’agricoltura produrrebbe un aumento del P.I.L. di circa 2 miliardi di euro all’anno.

La maggior parte delle persone ignora che l’agricoltura, concettualmente, è l’esatto inverso dell’architettura. Dato un terreno di qualsiasi forma e dimensione, architetto ed agricoltore hanno obiettivi contrapposti:l’architetto vuole edificarlo, l’agricoltore coltivarlo.

Tecnicamente l’architetto partirebbe da una situazione di vantaggio poiché per anni lo si è ritenuto più autorevole dell’agricoltore, ma solo perché non esiste una vera scuola per agricoltori, cioè è un mestiere che si esercita senza titolo di studio, quindi l’agricoltore non può esporre in soggiorno la pergamena di laurea o il quadro del diploma. A differenza dell’architetto.

I punti a favore dell’architetto finiscono qui. Ora passiamo ai benefici appannaggio dell’agricoltore.

L’agricoltura ha il notevole vantaggio che si può svolgere senza burocrazia. Non esiste (non ancora perlomeno) infatti, la richiesta di autorizzazione per la coltivazione delle zucchine, o il certificato per la messa in opera delle piantine di pomodoro. Si tratta di un privilegio sia dal punto di vista temporale che tecnico. Si sa che la burocrazia genera stress e ruba molto tempo. Così mentre l’architetto è ancora là a studiare i cavilli del piano regolatore, l’agricoltore ha già raccolto chili di fagiolini, innaffiato le patate, colto arance e pesche. E gli resta ancora il tempo per piantare le rose o per schiacciare un pisolino sotto le frasche.

Un altro vantaggio dell’agricoltore è che può cibarsi di ciò che produce. Si tratta di una grande soddisfazione sul piano personale. L’architetto non può mangiare il render di un appartamento e neanche il migliore dei suoi progetti è commestibile. Per mangiare deve convincere delle persone a dargli dei soldi in cambio. Operazione non semplice che poi gli servirà per comprare le cose che ha raccolto l’agricoltore.

L’agricoltore invece produce continuamente roba. Gli alberi crescono nel frutteto, litri di vino riempiono la cantina e le scocche di pomodoro si seccano al sole. La maggior parte degli architetti non produce nulla, solo massicce quantità di carta e sogni. I sogni sono belli ma sempre sogni sono.

L’agricoltore ha un solo grande nemico: il clima. L’architetto ha una lista di nemici che è meglio non pensarci altrimenti non dormirebbe di notte. E’ quasi impossibile che un agricoltore violi il codice penale, mentre manca poco che un architetto già per il solo fatto di esistere commetta un reato gravissimo. Ne consegue che un agricoltore non deve continuamente informarsi sulle novità legislative, al massimo sulle previsioni meteorologiche. Inoltre l’agricoltore non ha corsi di formazione obbligatori, quando vuole aggiornarsi, al massimo guarda una puntata del “contadino cerca moglie”, “linea verde” o una replica di “La casa nella prateria”.

L’agricoltore si sveglia al canto del gallo, che, addestrato per bene, si può pure sintonizzare intorno alle 7 del mattino. L’architetto pure si sveglia alle 7 ma sempre a causa di qualche rompicoglioni che lo chiama al cellulare.

Erroneamente si potrebbe pensare che dal punto di vista economico l’architetto se la passi meglio dell’agricoltore, ma io, nella sala d’aspetto di uno studio di architettura, non ho mai visto la fila che c’è dal fruttivendolo.

Sulla popolarità non c’è gara. Tolta una sparuta minoranza che gode di buona stampa, gli architetti non li sopporta più nessuno. Per ogni sciagura, tipo terremoti o crolli, oppure grandi frodi internazionali, c’è sempre un architetto di mezzo. E se non c’è, lo trovano per dargli la colpa e poi mettere la sua foto sulla pagina di “nera” del quotidiano locale.

L’agricoltore invece è generalmente simpatico. Se non fosse per Michele Misseri, la popolarità dei contadini sarebbe più alta di quella dei calciatori e delle veline.

Inoltre l’ambiente di lavoro dell’agricoltore è molto salubre. L’architetto frequenta cantieri polverosi o postacci tipo gli uffici tecnici dei Comuni. Per non parlare delle persone che incontra e con le quali è costretto a parlare. L’agricoltore al massimo parla con le galline o con le caprette, come Heidi. Se proprio sclera, parla da solo.

Gli architetti che hanno compreso l’imparità della lotta si sono votati alla causa paesaggistica, convertendosi dal cemento al letame.

Altri architetti, credendosi molto furbi, hanno pensato di mischiare il proprio lavoro con quello dell’agricoltore, inventando edifici boscosi. Ma si tratta di un tentativo inutile: l’agricoltura non si batte con l’architettura.

E, nonostante gli architetti, la natura, prima o poi, si riprenderà tutto lo spazio.

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1 commento

  • 21 luglio 2017 at 01:05 // Rispondi

    Non trovo questa progettazione pertinenete all’articolo. L’articolo può avere ragione in genere ma sbaglia l’esempio architettonico di riferimento che secondo me è una interessante architettura sperimentale. Appartamenti grappoli possono avere una loro importanza in funzione dl particolare tipo di territorio e della stessa realtà in cui si inseriscono. Assolutamente non pertinente l’architettura il contenuto dell’articolo e questo dimostra l’incompetenza dell’articolista .

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